Già da prima del Covid molti osservatori hanno segnalato un incremento delle dimissioni di massa; questo fenomeno pare aver assunto una nuova sfumatura.

 

Con “conscious quitting” si definisce l’abbandono del posto di lavoro da parte del dipendente per incompatibilità di valori: le risorse non si riconoscono nel sistema valoriale dell’azienda, nel modo in cui vengono trattate le persone, e nell’interesse mostrato per l’impatto ambientale e la sostenibilità.

 

Questo fenomeno interessa soprattutto Millennial e Generazione Z: i giovani hanno altre priorità, sono più consapevoli e riflessivi, difficilmente si piegano ad un ambiente lavorativo che non li accolga e che sia in contraddizione con la loro visione del mondo.

 

Questo fenomeno è stato rilevato dallo studio “From quiet quitting to conscious quitting” di Paul Polman condotto su lavoratori statunitensi e britannici, condivisa nei mesi scorsi su LinkedIn.

 

Oltre il 75% degli intervistati ha affermato che l’impegno ambientale e sociale sono diventati criteri chiave nella scelta dell’azienda a cui inoltrare la propria candidatura; il 45% ha confermato che prenderebbe seriamente in considerazione l’idea di dimettersi da una posizione se i valori aziendali non fossero in linea con i propri.

Questa l’analisi di Polman postata su LinkedIn: «Dimenticate le dimissioni silenziose, stiamo entrando in un’era di dimissioni consapevoli. E il problema con la maggior parte dei consigli offerti ai dirigenti su come attrarre e trattenere i talenti è che manca il quadro completo di ciò che i dipendenti vogliono e di cui hanno bisogno. Non fraintendetemi: hanno assolutamente ragione i numerosi studi che ci dicono che le persone vogliono una retribuzione migliore, più flessibilità e un maggiore benessere. Ma, ad essere sinceri, questo non dovrebbe essere piuttosto ovvio per i dirigenti senior?”.

In effetti, dovrebbe essere ormai scontato che un’azienda vada incontro ai bisogni basilari delle persone che assume: condizioni contrattuali eque, un ambiente lavorativo sano e protettivo. Ma ormai queste cose non bastano più da sole.

Le nuove generazioni desiderano credere in ciò che stanno facendo, investendo emotivamente nella propria azienda: un dipendente si fidelizza accogliendo le sue necessità, cercando di conciliare vita professionale e privata. L’introduzione dello Smartworking (o di Agile Working, volendo generalizzare il discorso anche ad altri paesi) ha fatto conoscere un nuovo modo di lavorare che continua a piacere molto ai lavoratori, come confermato da molte ricerche recenti; sono le aziende a guardare con diffidenza un modello che si discosta troppo da schemi ormai triti e ritriti.

Ma non solo: chi si occupa di recruiting si sarà già accorto di come i giovani candidati non si lascino passivamente intervistare, ma pongano sempre più domande per conoscere l’azienda. Non basta dire “siamo una grande famiglia”: quali sono le iniziative per rendere l’azienda più sostenibile? Esiste un sistema welfare? Cosa viene fatto concretamente per portare avanti quei valori?

Naturalmente una cosa non esclude l’altra: inutile fare tanta beneficenza (puntualmente pubblicizzata sui social) e riempirsi la bocca di “sostenibilità” per poi alimentare un ambiente lavorativo poco sano che non asseconda le necessità dei dipendenti. Viceversa, dovrebbe essere nell’interesse di ogni azienda impegnarsi per migliorare, anche di poco, l’ambiente che ci circonda. Si parte da “baby steps”: raccolta differenziata, meno carta stampata, Smartworking.

Questo fenomeno interessa anche il contesto italiano: per attirare talenti non basta puntare su una campagna di Brand Reputation autoreferenziale. La nostra migliore pubblicità sono le persone che si candidano e che lavorano per noi: dopo anni passati ad obbligare i dipendenti a condividere post e foto sorridenti per trasformarli in degli Ambassador poco entusiasti, è il momento che le aziende creino reale connessione emotiva con le proprie risorse, arrivando (per davvero, stavolta) ad investire sul proprio Capitale Umano.